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Un futuro più green: utopia o necessità? La lettera di una giovane donna che fa riflettere

Lettera di L. I.
Una giovane studentessa che ha scelto di condividere con noi  il suo punto di vista sulla pandemia e sul futuro del nostro Pianeta che noi come RGN accogliamo e diamo risonanza con grande piacere.

“forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni torneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà quest’esplosivo e si arrampicherà al centro della terra pe porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno

 

Ho riportato le frasi di chiusura di questo famoso romanzo come anteprima di ciò che presto leggerai. Ma non lasciarti scoraggiare dal tono cupo delle parole di Zeno, perché nelle mie potresti addirittura trovare un briciolo di speranza o, se non altro, qualche stimolante punto di riflessione. Mi è stato chiesto di esprimere il mio punto di vista sul futuro e quali siano le mie aspettative a livello di salvaguardia ambientale. In teoria avrei potuto dare una risposta molto breve e concisa, ma trovo che sia importante, in questo caso, dare un minimo di contesto. Dunque, a chiunque tu sia, auguro una buona lettura.

Quando ho scoperto il mondo della sostenibilità avevo diciassette anni e stavo attraversando un momento molto buio della mia vita. Fu la scoperta perfetta, dal momento che mi aiutò a fare i conti con qualcosa più grande di me, qualcosa che non potevo controllare o affrontare da sola. Certo, esplorare quel mondo significò rendermi conto di verità piuttosto dolorose e di certo a nessuno fa piacere scoprire che il proprio pianeta potrebbe avere i giorni contati. Non che prima fossi completamente ignara di certe problematiche relative al riscaldamento globale o alle specie in estinzione, ma sapere qualcosa e capirla sono due cose molto diverse. Chiaramente non potei accettare di continuare ad essere parte del problema e decisi di provare a cambiare le cose. Passai mesi a leggere riviste, fare ricerche, seguire le mobilitazioni dei “Fridays for Future” e, man mano che la speranza cresceva, io mi sentivo meglio. Tutte le volte che andavo in bicicletta a fare la spesa con le borse in tela riutilizzabili, tutte le volte che riempivo una borraccia di acciaio e compravo il latte d’avena, tutte le volte che, in qualche modo, presentavo le mie idee agli altri e questi ultimi mi facevano capire di aver ascoltato e compreso le mie parole senza darmi della guastafeste…tutte queste volte, io sentivo di aver trovato uno scopo. Tuttavia, come per le favole, era tutto troppo bello per essere vero. Nel giro di un anno avevo costruito una bolla di cristallo attorno a me. La vista dall’interno era completamente oscurata, ma non me ne accorgevo. Tutt’attorno mi sembrava di vedere solo persone che mi supportavano, che la pensavano come me, con le quali avrei potuto cambiare le cose. La mia curiosità, però, mi condusse piano piano fuori dalla bolla. Realizzai che la sostenibilità non potesse essere un obbiettivo da raggiungere a furia di borse di tela e carne finta, e che la faccenda era molto più complessa di quanto avevo immaginato. Imparai il significato della frase “il personale è politico” e capii che purtroppo il Cambiamento con la C maiuscola non sarebbe mai potuto partire dalle scelte individuali che si fanno al supermercato. Smisi quindi di fare commenti quando mia madre tornava dalla spesa con le bottiglie di plastica e decisi di provare a cambiare approccio. La parola “capitalismo” cominciò ad assumere un nuovo e più inquietante significato. Come per la crisi climatica, anche questo concetto non fu per me la scoperta dell’acqua calda; ero già consapevole del fatto che fosse in qualche modo fonte di tanti problemi, ma semplicemente non mi ero mai fermata a pensare al fatto che potesse essere IL problema e, soprattutto, non ero a conoscenza di nessuna alternativa. Fu così che realizzai che tutte le cause per le quali ritenevo valesse la pena battermi fossero intrinsecamente connesse l’una all’altra. Dalla sostenibilità ai diritti delle donne e della comunità lgbtq+, a quelli degli animali, alla lotta contro il razzismo, classismo, omofobia. Fu un bel malloppo da digerire, ma questa nuova consapevolezza mi aiutò a diventare meno ossessiva e più critica nei confronti del concetto di sostenibilità che mi era stato sempre propinato.

A volte noi esseri umani tendiamo ad allontanarci dalla concretezza per costruire vuoti simboli attorno alle parole. “Sostenibile” è un aggettivo che in sé racchiude già tutto ciò che bisogna sapere sull’argomento. Non si tratta di un marchio certificato, né di un partito politico. Significa semplicemente “qualcosa che possa essere sostenuto il più a lungo possibile” e, in questo caso, si parla della vita sulla terra. Anche “capitalista” è una parola buffa che a noi piace evocare a destra e a manca come se fosse un’ideologia o, in altri casi, un insulto. Ma a pensarci bene non è che la descrizione di un atteggiamento basato sull’accumulo infinito, alla ricerca di un perpetuo surplus di guadagni, il trionfo della cupidigia umana. Ora però sorge spontaneo un dubbio…quanti “pianeta Terra” abbiamo a disposizione? Mi sa che hai già capito dove voglio arrivare, perciò adesso proseguirò con la mia storia.

Proprio quando cominciai a sperare in un cambiamento rivoluzionario, qualcosa che potesse sconvolgere le sorti dell’umanità, l’universo o chi per lui decise che era arrivato il momento di scatenare una pandemia globale. Come tutti ben sappiamo, le prime settimane di lockdown vennero vissute da molti come un sogno febbrile e da altri come un vero e proprio incubo. Sembrava tutto così surreale, eppure non fui la sola a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. La gente moriva e si parlava di crollo dell’economia, la gente moriva e spuntavano i “difensori della libertà individuale” (alias complottisti anti-mascherina), la gente continua a morire e la situazione sembra non migliorare mai. Non so a te ma a me tutto ciò non sembrò molto sostenibile. Ovviamente non sono l’unica ad essersi resa conto che questa pandemia abbia fatto vacillare un sistema che, se prima era “solo” responsabile per la morte del pianeta e dei paesi del terzo mondo, di recente è arrivato a mettere in ginocchio anche la classe media dei paesi sviluppati che prima si ritenevano intoccabili. Per questo motivo vissi i primi mesi della crisi sanitaria, che furono tra l’altro caratterizzati dalle numerose proteste anti-razziste negli Stati Uniti e da un generale malcontento nei confronti della classe dirigente, nella speranza che tutto ciò fosse l’inizio della fine di un’era. Non c’è bisogno che io spieghi come le cose sono realmente andate a finire. La pandemia è lontana dallo scomparire. L’estrema destra può approfittare di un terreno mai stato così fertile per instillare sempre più odio e paura in chi si è sentito trascurato dal governo. I social media, piattaforme private e rigorosamente controllate, sono diventati l’unico rifugio di coloro che sono costretti in casa e l’ultima cosa di cui la gente vuole sentir parlare è il fottut*ssimo scioglimento dei ghiacciai o il collasso degli ecosistemi.

Non c’è quindi da stupirsi se nell’ultimo periodo trascorso in casa, spesso sola con i miei pensieri, la mia visione del futuro abbia subito una discreta scossa. Per quanto io mi sforzassi di vedere il progresso, non potevo distogliere lo sguardo da ciò che di terribile stava accadendo nel mondo attorno a me. Chi dice che l’ignoranza sia una benedizione ha ragione: non c’è nulla di piacevole nel tenersi costantemente informati sull’attualità e ad un certo punto sei costretto a dover scegliere tra la consapevolezza e la salute mentale. Ormai avevo smesso di credere di avere margine di controllo sulla realtà. Non credevo più nella figura del “consumatore consapevole” perché non esiste alcun consumo etico sotto il capitalismo, ma d’altra parte neanche l’attivismo e l’impegno politico sembravano fare effetto. Passai dei momenti di sconforto, mi sentii persa, amareggiata e mi ci volle molto coraggio per affrontare il percorso introspettivo che mi ha portato a ricostruire ciò che adesso ritengo essere una base morale più solida e coerente, sebbene meno positiva.

Ed è così che, dopo questa lunga parabola, è arrivato finalmente il momento di rispondere alla domanda che mi è stata posta all’inizio. La conclusione alla quale sono arrivata ultimamente per quanto riguarda l’avvenire di questo pianeta è che, semplicemente, la natura dell’uomo sia intrinsecamente distruttiva e, come tale, finirà per causare un’irreversibile catastrofe, meno spettacolare di quella descritta da Zeno, ma altrettanto spaventosa. Questo però lo dico con estrema serenità, senza l’intenzione di voler fare la Greta Thumberg di turno e senza la pretesa di voler convincere nessuno a cambiare, sono stanca di provarci e passo volentieri il testimone a chi ha più energie e più coraggio di me di credere nell’umanità. Tuttavia, ciò che proprio non riesco ancora a digerire di questa situazione è il fatto che questa nostra tendenza autodistruttiva finirà per trascinare nel baratro ogni altro essere vivente, la cui unica colpa è stata quella di essere nato sul pianeta sbagliato al momento sbagliato.

Non credo però che il nichilismo cosmico debba per forza diventare la scusa per lasciarsi andare e rinunciare a cambiare le cose, perchè anche se non faremo in tempo a sradicare il capitalismo e a realizzare l’utopia dei nostri sogni, mi sembra un peccato sprecare tempo ed energie preziosi che potrebbero essere impiegati per rendere questo breve soggiorno sulla Terra un po’ meno spiacevole per noi, per gli altri e soprattutto per chi tutto questo non l’ha meritato. Quindi, se anche tu se in vena di arrovellamenti esistenziali, ti incoraggio a fare un po’ di autoanalisi, finita questa lettura, ponendoti le seguenti domande: è questa veramente la vita che intendi vivere? Le tue azioni sono coerenti con i tuoi principi morali? Senti di aver fatto il possibile per ridurre al minimo la tua sofferenza e quella degli altri?

Se la tua risposta a tutte le domande è sì, allora ti farò i miei più sinceri complimenti e non nasconderò una certa invidia nei tuoi confronti. In caso contrario, unisciti al club e cerchiamo insieme di costruire per conto nostro ciò che nessun dio o governo fino ad ora è mai riuscito a garantire: una sorta di micro-cosmo solidale e pacifico in mezzo al caos e alla distruzione. Perchè, che ci piaccia o no, una volta oltrepassata la soglia del non ritorno, quando il Pianeta si avvierà a morire lentamente, noi saremo ancora qui. Di conseguenza, anche se le nostre vite soffriranno le conseguenze del cambiamento climatico, cose come soldi e fama perderanno ogni valore e ci resterà solo la compassione reciproca e la capacità di apprezzare le piccole cose. Forse è proprio allora che, in seguito alla “catastrofe inaudita” di cui parlava Zeno, cominceremo davvero a vivere.

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